


"Looking for a ride to your secret location, where the kids are settin' up a free-speed nation, for you..."
"Daydream Nation" è un capolavoro. Senza mezzi termini. Uscito nel 1988, rappresenta la definitiva maturazione della Gioventù Sonica, un ulteriore affinamento del loro stile dopo dischi bellissimi come "EVOL" e "Sister", un progressivo adattamento dello sperimentalismo no-wave alla forma canzone, senza rinnegare, però, la rivoluzione sonora di cui i Sonic Youth sono da sempre portatori. 12 tracce magnifiche, incastrate una dietro l'altra senza tregua, tra art punk, noise, garage, psichedelia, un mosaico perfetto che i Sonic Youth non ripeteranno più nella loro discografia: l'alchimia qui presente, infatti, ha qualcosa in più, quell'elemento inspiegabile tipico dei capolavori, e anche se a "Daydream Nation" seguiranno dischi ottimi, a volte grandiosi ("Dirty", "Washing Machine", "A Thousand Leaves", la moderna trilogia newyorkese che ha aperto il nuovo millennio), resterà questa la pietra miliare della loro sterminata produzione musicale.
Come non abbandonarsi totalmente, dunque, al ribellismo antireaganiano di "Teenage Riot", alla velocità supersonica di "Silver Rocket", a manifesti generazionali come "Eric's Strip" ed "Hey Joni" cantati dall'immenso Lee Ranaldo, per poi giungere al totale annientamento di "Trilogy", il vero capolavoro del disco, strutturato in tre parti ("The Wonder", "Hyperstation", Eliminator Jr."), dove le chitarre e le voci diventano gradualmente più angosciose, fino alla disperata conclusione hardcore gridata da Kim Gordon (l'ho vista ballare dal vivo "Drunken Butterfly" ed ero come ipnotizzato...). Un disco stupendo, quindi, "Daydream Nation", da avere e custodire gelosamente, uno spartiacque nella storia del rock e della musica al pari dei grandi album degli anni '60 e '70, un gioiello senza tempo che tutti dovrebbero possedere o almeno conoscere, dato che, se di noise ed indie rock oggi si può parlare, lo si deve senza dubbio a questi signori di New York.
E ditemi se è poco...La storia del rock sarebbe stata di sicuro migliore, se alcune band avessero gettato la spugna per tempo, evitando lunghe e un po' penose "agonie" o inopinati ricongiungimenti. Ma quanti sono i gruppi, invece, che possono dire di essersi sciolti all'apice, nella fase del picco creativo, dopo l'uscita del loro più riuscito lavoro? Si possono contare sulle dita di una mano. Gli Hüsker Dü ("ti ricordi?" in svedese) da Minneapolis rientrano di sicuro nella cinquina. Infatti, dopo la pubblicazione nel 1987 di questo monumentale "Warehouse: Songs And Stories", il trio, formato da Bob Mould, Greg Norton e Grant Hart, dopo violenti litigi causati anche da gravi problemi di droga soprattutto da parte del batterista e coautore Hart, decise di mettere la parola fine alla storia di un gruppo la cui influenza e rilevanza crescono quanto più ci si allontana da quel fatidico anno.
Dopo un periodo di circa sei anni da indipendenti, caratterizzato da un hardcore abrasivo, crudo, velocissimo, che mette ancora oggi a dura prova l'impianto hi-fi, sintetizzato magistralmente da lavori come il doppio "Zen Arcade", la band progressivamente si avvicina ad un suono, sempre potente ed energetico, ma più incline alla melodia. Con "Warehouse", il secondo titolo dopo "Candle Apple Grey" pubblicato per la major Warner, questa "fusione fredda" tra pop e punk riesce in modo forse irripetibile.
Il suono "chitarrabassobatteria" dei nostri ha pochi eguali in quanto a potenza e pienezza. E' davvero difficile credere che a suonare quei venti brani, quasi tutti adrenalici e intorno ai tre minuti, siano solo in tre. Un vero e proprio muro sonoro si troverà davanti il fortunato che ancora non li conosce. Ma dietro quella spessa e luccicante corazza, che già da sola vale l'acquisto, scoprirà delle sottili quanto solide e godibili melodie, che si intrecciano e si confondono con quei riff duri e spigolosi, dando vita ad un impasto che riesce a far perfettamente coesistere le caratteristiche migliori dei due generi, di solito considerati agli antipodi.
Da questa materia incandescente, raffreddata in modo sapiente, i nostri, mostrando di possedere insieme le doti degli antichi fabbri e dei maestri di Murano, creano delle songs memorabili, a cui non mancano neanche dei testi intelligenti (le "Stories" del titolo) che mescolano un certo spleen, impegno ed ironia.
E' difficile scegliere tra quei venti brani: l'indecisione regna sovrana, come quando si è davanti ad una ricca scatola di cioccolatini. Forse andrebbero citate, senza per questo far torto alle altre, almeno l'apertura al fulmicotone di "These Important Years", la betleasiana, al triplo della velocità naturalmente, "Ice Cold Ice", il pugno di ferro in guanto di velluto di "It's Not Peculiar", il rock 'n' roll ironico e scanzonato di "Actual Condition" ("Well the actual condition of my mind / Is elusive as the answers that I find / I keep going through transition / From doubt to indecision / It's the actual condition of my mind"
), l'ottimismo della volontà di "No Reservations".
Dal "Magazzino" degli Hüsker Dü sono in tanti, anche in tempi recenti, ad aver portato via qualcosa, alcuni senza neanche ringraziare. Ma pochi quelli che hanno, anche solo avvicinato, i loro sfavillanti risultati.
I Pixies sono una delle band più eclettiche del panorama anni 80. Sicuramente il loro sound trae ispirazione dal garage anni 60 (Troggs, Sonics, Paul Revere...) ma il quartetto di Boston riesce abilmente a rielaborare il tutto attraverso le ideologie New Wave e la violenza hardcore.
Il processo stilistico che aveva preso inizio sul precedente Surfer Rosa giunge qui ad una forma musicale forse meno istintiva ma sicuramente più compiuta.
L'album inizia su giro di basso incalzante e chitarre deflagranti che riportano ai Joy Division ma dopo pochi secondi ci si rende conto che i Pixies hanno tanto di personale da esprimere. Da Debaser a Tame, da Wave Of Mutilation a Here Comes Your Man e da Mr Grieves a La La Love You i Pixies ci fanno assaporare una miscela di grezze armonie vocali (quelle che pochi anni dopo venderanno milioni di copie con Kurt Cobain) e schizofrenie chitarristiche che ha un sapore nuovo rispetto al rock antecedente.
I Pixies giocano saltando fra le armonie pop di La La Love You , il surf rock di Here Comes Your Man e l'hardcore pre-post(rock) di Tame, l'approcio alle canzoni non è mai serio ma è comunque innocentemente sperimentale: i Pixies stavano cambiando le coordinate del garage secondo una maniera musicale che avrebbe influenzato enormemente il decennio seguente.
L'album è trascinante per chi è abituato ai suoni ruvidi e martellanti del rock, quasi inascoltabile per chi la domenica pomeriggio guarda CD Live!
Gli album migliori dei Pixies sono sicuramente i primi tre: l' EP Come On Pilgrim, Surfer Rosa e Debaser; con quest'ultimo però la band Bostoniana prende il diploma di maturità senza perdere un grammo della rabbia adolescenziale dei due precedenti ed incollando l'ascoltatore alla cassa.
Prorompente!
Nessun commento:
Posta un commento