giovedì 22 febbraio 2007

The Who, who's next


Fra il 1971 e il 1973 i Who vissero un periodo di grande eccitazione artistica e creatività ma, per uno dei frequenti paradossi della storia rock, non riuscirono a fissare su disco come avrebbero voluto quel momento magico. I due album che testimoniano la stagione, Who's Next e Odds & Sods, sono, ognuno per la sua parte, dei ripieghi; e per quanto Pete Townshend sia sempre stato prodigo di attenzioni per le sue creature, quei dischi non sono mai stati fra i suoi preferiti. Qui ci interessa Who's Next; un capolavoro, un'icona per milioni di fans e, per semplificare, uno dei dieci grandi album della storia rock (ma potremmo scendere fino a cinque, e anche meno). Eppure Townshend, riflettendoci in un'intervista un anno dopo la sua uscita, lo definiva senza mezzi termini «un album di compromesso», rimpiangendo amaramente quello che avrebbe in realtà potuto essere - un giudizio che negli anni si è un po' addolcito, ma giusto un po'. La storia è nota. Pubblicato Tommy, il prode P.T. aveva messo subito in cantiere un'altra opera rock, Lifehouse. «Opera rock» in verità è un termine riduttivo; doveva essere un evento molto più grande, un film + spettacolo teatrale + doppio album + tour che avrebbe combinato l'immensa fede dell'artista nella musica rock con il suo amore per la fantascienza e le tensioni mistiche che in quel periodo lo scuotevano. La storia originale, a grandi linee, si svolgeva in una società totalitaria del prossimo futuro, una Grande Fattoria orwelliana dove la gioventù oppressa scopriva il rock e il suo effetto liberatorio, quasi religioso. Con gli anni Townshend ha svelato sempre più particolari di quel progetto, adattandone una radio play per la BBC e pubblicando addirittura un box, The Lifehouse Chronicles, venduto sul suo sito Internet. All'epoca, però, rimase alle grandi linee e soprattutto non riuscì a convincere chi gli stava attorno, a cominciare dal manager Kit Lambert, che era sempre stato il connettore fondamentale fra il mondo delle sue fantasie e la più prosaica realtà commerciale. Così il progetto svaporò un po' per volta, la Casa si sgretolò, anche se le canzoni che avrebbero dovuto esserne i mattoni erano state nel frattempo composte. Venne naturale a un certo punto l'idea di usarle comunque, per farne un album «normale»; e così accadde, pur con notevoli difficoltà, scoprendo che anche senza la colla del concept veniva comunque un progetto favoloso - appunto Who's Next. Questo doppio cd è la versione definitiva (azzardiamo questo difficile aggettivo) di un disco che ha già conosciuto due diverse edizioni. La prima, storica, in vinile, uscì nell'estate 1971 e conteneva nove brani, da Baba O'Riley a Won't Get Fooled Again. La seconda, in CD, fu pubblicata nel 1995 e aggiungeva al repertorio originale quattro alternate takes della prima stesura dell'album, ai Record Plant di New York - versioni che, per quanto bellissime, erano state rifiutate dall'esigente Townshend. Questa de luxe edition, che ci auguriamo definitiva, completa il discorso sulle takes americane con l'aggiunta di una notevole Getting In Tune e di una Won't Get Fooled Again apprezzabilmente diversa dal brano che tutti conosciamo - a cominciare dalle tastiere, un organo filtrato da un VCS3, suonato «in diretta» e non passato su nastro. In più, c'è un album intero dal vivo: un mini-concerto Who dell'aprile 1971, davanti a un pubblico di amici e invitati, in cui la band prova alcune delle canzoni nuove e altro ancora (Roadrunner e l'inevitabile My Generation) sempre con la testa rivolta al miraggio della nuova opera-rock. Secondo il progetto di Lifehouse, in effetti, quello e altri show sempre allo Young Vic Theatre dovevano sancire la «comunione spirituale» fra la band e il suo pubblico, e costituire un momento centrale del rito di liberazione rock che il film e il disco avrebbero dovuto comunicare. La realtà fu più mediocre: una serie di «prove pubbliche», puntigliose ma neanche particolarmente ispirate, che oggi possono solo incuriosire se non altro perché alcuni classici dei Who live (Won't Get Fooled Again, Pure And Easy, Getting In Tune) vengono eseguiti per la prima volta o quasi, con ammirevole innocenza. Alla fine di ogni lusso, resta la bellezza della musica Who di quel periodo. Un balsamico fuoco, capace di bruciare ma anche di aprire la mente; una tempesta scatenata che però al momento giusto sa ripiegare, con momenti di toccante lirismo. Daltrey è ispiratissimo, Townshend mulina la sua affilata Stratocaster ma usa spesso e volentieri i timbri, nuovissimi per l'epoca, del synt; quel che ne viene, in Won't Get Fooled Again e Baba O'Riley (dedicata a Terry Riley, il padre della musica minimale), è una splendida profezia che tanto influenzerà la storia del rock. I nove brani del disco definitivo vennero registrati fra Stargroves (la residenza in campagna di Mick Jagger) e gli Olympic Studios nel maggio 1971. Prima, a marzo, erano venute delle sessions a New York che non avevano passato l'esame. Peccato, lo abbiamo detto; perché la versione di Behind Blue Eyes con l'organo di Al Kooper è deliziosa, la cover di Baby Don't You Do It una forza della natura e la prima versione di Pure And Easy apre letteralmente il cuore. Questi ultimi due brani vennero proprio scartati dalla scaletta finale, come le varie Time Is Passing, Water, Naked che si ascoltano nella parte live e altro bendidio che Townshend aveva tra le sue carte in quel periodo. Così la morale è semplice, e ancora una volta paradossale: Who's Next è un grande disco ma avrebbe potuto essere ancora più grande, proprio stellare. Townshend sogna ancora oggi Lifehouse; noi, più modestamente, immaginiamo se i Who avessero avuto voglia di farlo crescere ancora un po', di pubblicarlo magari doppio, raccogliendo tutta ma proprio tutta la bellezza di quegli avventurati giorni. (riccardo bertoncelli) The Who - Who's Next (Polydor, 2cd)

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